L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, di Alessandro D’Avenia.

Quest’ultimo periodo della mia vita, nonostante i 31 anni suonati, è caratterizzato da tante “prime volte”: mi sono approcciata a generi letterari a me poco conosciuti, ho accettato consigli di lettura, ho fatto l’esperienza della lettura condivisa, e ho finito di leggere un libro senza catapultarmi qui sul blog a parlarne. In meno di 24 ore ho letto L’arte di essere fragili, di Alessandro D’Avenia e adesso ho una visione più completa di me stessa ma anche della vita da persona fragile. Ammetto a malincuore, di non aver mai letto nessun romanzo prima di questo, ma sono pronta a recuperare il tempo perso.

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Vi riporto la trama:

In un dialogo intimo e travolgente con il nostro più grande poeta moderno, Alessandro D’Avenia porta a magnifico compimento l’esperienza di professore, la passione di lettore e la sensibilità di scrittore per accompagnarci in un viaggio esistenziale sorprendente.

“Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d’Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l’Islandese… Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza.

 

Non avevo mai considerato la fragilità come una virtù, dopotutto la mia condizione di persona diffidente, timorosa ed estremamente sensibile non mi ha mai fatto sentire con un valore aggiunto, ma sempre come se fossi stata diversi passi indietro alle persone “forti”. Leggere un saggio di questo spessore, con questa intimità nei dialoghi, con questa innata delicatezza mi ha fatto riflettere e riconsiderare diverse situazioni. Alessandro D’Avenia non è solo uno scrittore, ma è soprattutto un insegnante per vocazione: il rapporto con i suoi studenti, il modo in cui li prende per mano e li avvicina alla letteratura classica e mal etichettata è degno di nota. Il suo massimo impegno è nel far vedere Giacomo Leopardi non come un poeta “sfigato”, accezione molto diffusa ed estremamente semplicistica: Giacomo Leopardi andava contro i principi della natura, sfidando il destino da cui non poteva sfuggire. Il rapporto con i coetanei, l’adolescenza, la tentata fuga, la mancata produzione letteraria a causa dei problemi agli occhi, sono tutti elementi su cui si concentra l’autore, dialogando con Giacomo in forma epistolare e nel modo più intimo possibile.

Questo saggio è entrato nel mio cuore, ne consiglio la lettura a tutti, soprattutto a chi come me ha sempre provato vergogna per la fragilità e per la sensibilità: in questo mondo c’è spazio anche per noi.

 

Manu

 

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