“Si può smettere di esistere anche da vivi”: Le assaggiatrici, di Rosella Postorino.

Oggi 29 settembre, data poetica che mi fa canticchiare la canzone di Lucio Battisti come se fosse un riflesso incondizionato… La sveglia questa mattina è stata clemente con me, ho dormito fino alle 6.30 (un piccolo grande traguardo) e così ho potuto leggere tutto d’un fiato l’ultima parte del romanzo di Rosella Postorino, Le assaggiatrici.

ROSELLA-POSTORINO.jpg

Recentemente, Rosella Postorino ha ricevuto il Premio Campiello per questo romanzo: non è difficile comprenderne il motivo, è un romanzo molto singolare e intenso, tanto più che si tratta di una storia vera.

8367060_2948264.jpg

Vi riporto la trama:

“Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.” Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?
La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura,” dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.
Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.
Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani. Ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda eccezionale di una donna in trappola, fragile di fronte alla violenza della Storia, forte dei desideri della giovinezza. Come lei, i lettori si trovano in bilico sul crinale della collusione con il Male, della colpa accidentale, protratta per l’istinto – spesso antieroico – di sopravvivere. Di sentirsi, nonostante tutto, ancora vivi.

La lettura di questo romanzo mi ha profondamente scossa: mi sono lasciata sopraffare dalle emozioni di Rosa, dalla sua paura e dalla sua fame di vita e di sopravvivenza. Qual è il confine tra sopravvivenza ed esistenza? Perchè si deve lottare tanto per sentirsi vivi? Queste domande mi hanno accompagnato per tutta la lettura del romanzo, insieme a un crescendo di disagio, nausea e disgusto per tutto ciò che era il nazismo in quegli anni: un regime dittatoriale guidato da un uomo instabile psicologicamente, affetto da tic nervosi, isolato nel suo bunker costruito nel cuore della foresta. Il ruolo dell’assaggiatrice era a me sconosciuto, o almeno non ne avevo mai avuto l’opportunità di leggere in modo così approfondito cosa volesse dire rischiare la vita a ogni pasto. Il coraggio spesso viene sostituito dall’inerzia, dal “dover” fare qualcosa a costo della vita: Rosa questo lo sa bene, rischiando la vita senza averlo chiesto, sperava che lontana da Berlino potesse ritrovare la serenità invece è iniziato il vero incubo.

http_2f2fihuffpostcom2fgen2f20758522fimages2fn-hitler-628x314_2463457.jpg

Le dieci assaggiatrici di Hitler sono state prelevate da un paese di campagna vicino al bunker del Fuhrer, ognuna di loro ha un segreto da proteggere, identità da scoprire e soprattutto paure da sopprimere in nome di qualcosa di grande.

Le descrizioni riportate nel romanzo sono eccezionali, sembra davvero di ritrovarsi nell’aula mensa con i piatti fumanti, tra le ragazze che non possono neanche parlare tra loro, ognuna con la sua pietanza da assaggiare per testare la presenza del veleno. Il premio Campiello è stato davvero meritato, questo romanzo finirà in tutte le biblioteche scolastiche e diventerà una lettura obbligata per tutte le generazioni che dovranno conoscere gli orrori del nazismo, ma non quelli riportati dai libri di scuola.

Mi sono ritrovata a descrivere questo romanzo usando un solo aggettivo: macabro. Bellissimo, intenso, appassionante, magnetico, ma resta pur sempre macabro.

Consiglio la lettura per la qualità delle descrizioni, l’eccellente stile narrativo, la fluidità degli eventi ma soprattutto leggetelo perché è memoria storica: alcune cose non andrebbero mai dimenticate.

Manu

2 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...