“Ah memoria, nemica mortale del mio riposo!”: Don Chisciotte della Mancha, di Miguel Cervantes.

Da giorni sto attuando una delle opere di convincimento più faticose degli ultimi tempi: voglio andare a vedere la versione cinematografica di uno dei libri che più mi ha divertito e più mi ha ispirato, ma anche io come lui sto lottando contro i mulini a vento.

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Di chi parlo? Del mio amato Don Chisciotte, ovviamente! Il cavaliere errante che, senza macchia e senza paura, lottava contro le ingiustizie della vita, seguito dal fedele Sancho Panza. E’ un’opera che fa portare con onore la bandiera alla letteratura spagnola, anche se è stato scritto per una lunga parentesi nell’ospedale di Messina, luogo in cui Cervantes era convalescente da una battaglia. La fama di questo romanzo riecheggerà per sempre, è destinata a crescere soprattutto per ciò che simboleggia questo personaggio e per i contenuti del romanzo: i classici della letteratura mondiale godono della magia della contemporaneità e dell’attualità anche a distanza di secoli.

Il mio amore per i classici non è mai stato un mistero, nella mia libreria ho riservato una sezione riservata e al riparo da mani curiose, come quelle di mia figlia, ma nonostante questo anche lei sente questo richiamo: già adesso vuole essere presa in braccio, per poter osservare le copertine, conoscere il titolo del libro e sfogliarlo. La mia piccola Ele ha soltanto due anni, ma è circondata dai libri, dal profumo della carta e pian piano semino in lei la curiosità per la letteratura.

Per chi non conoscesse la trama, riporto un estratto:

Frutto del disinganno e dell’abisso che l’epoca ha scavato fra realtà quotidiana e grandezza imperiale, il Don Chisciotte è unanimemente annoverato tra i classici della cultura occidentale. Nata dalla fantasia di Miguel de Cervantes, mentre era rinchiuso nel carcere di Siviglia, la storia del cavaliere errante e del suo fido scudiero Sancho Panza, che si svolge durante il regno di Filippo III di Spagna, ci induce a percorrere un itinerario al tempo stesso cavalleresco, etico, letterario, sociale e sentimentale. In una miscela dei generi narrativi in voga, Cervantes supera il canone letterario, la norma unitaria, l’esclusione di temi e realtà, per comporre un mondo in cui nulla di umano è estraneo alla sua sensibilità. Sfortunato e grande scrittore, Cervantes ha lavorato sul linguaggio componendo il primo romanzo moderno e al tempo stesso portando a maturità una lingua che si sarebbe poi diffusa oltremare, grazie alla vitalità che ha saputo darle il serrato dialogo tra il cavaliere e lo scudiero, eroi strampalati e umanissimi.

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Io stessa ho deciso di leggerlo in un periodo in cui avevo tanto e tanto tempo per leggere: durante la mia gravidanza ho letto approfittando dei periodi di riposo forzato, ma il libro che più mi ha tenuto compagnia è stato decisamente questo! Il Cavaliere non era lucidissimo, aveva una visione molto personale degli eventi e delle persone attorno a lui: il suo scudiero era un contadino analfabeta, era innamorato di una contadina ma raccontava a tutti che si trattava di una principessa. La fantasia rasenta la pazzia, per la stravaganza delle idee e delle percezioni del mondo esterno.

E’ stato pubblicato per la prima volta in due volumi nel 1605 e 1615, ma già allora era un grande romanzo, all’avanguardia e ricco di figure retoriche. Il Cavaliere errante più famoso della storia, con l’ambizione di lottare contro le ingiustizie, contro la prepotenza, intromettendosi in tutte le situazioni a lui vicine, è un libro da leggere più e più volte. In questi giorni, al cinema è possibile vedere L’uomo che uccise Don Chisciottechi andrà a vederlo? O lo avete già visto? Le mie opere di convincimento continueranno a oltranza, vi farò sapere come andrà a finire…

Manu

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