“Viviamo tutti in un sogno”: Kafka sulla spiaggia, di Haruki Murakami.

A volte capita che io senta la necessità di rifugiarmi in un’altra dimensione, che sia per la nostalgia di casa, o per altre cose che mi mancano, io in quei momenti cerco un mondo tutto mio dove tutto non è quello che sembra. Ho iniziato a leggere Kafka sulla spiaggia, di Haruki Murakami, proprio per questo motivo: nessuno scrittore è in grado di farmi provare un totale distacco dalla realtà, o confusione nel capire cosa sia possibile e cosa no.

Mi sono trascinata e sopratutto cullata in questo libro per circa dieci giorni, al punto che anche la mia amica Francesca oggi a colazione mi ha chiesto: “Ma quanto ci stai mettendo per finirlo?”. La mia risposta è stata eloquente nel suo silenzio, aveva ragione… Dovevo assolutamente finirlo.

Devo ammettere che non è stata una lettura semplice, spesso sono tornata indietro, altre volte ho dovuto rileggere per afferrare un passaggio che per incredulità non riuscivo a fare mio.

Vi riporto la trama, per farvi capire di cosa sto parlando:

«Tutti possono raccontare una storia che assomiglia a un sogno, ma rari sono gli artisti che come Murakami ci danno l’illusione di sognarla».

Un ragazzo di quindici anni, maturo e determinato come un adulto, e un vecchio con l’ingenuità e il candore di un bambino, si allontanano dallo stesso quartiere di Tokyo diretti allo stesso luogo, Takamatsu, nel Sud del Giappone. Il ragazzo, che ha scelto come pseudonimo Kafka, è in fuga dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua profezia, che riecheggia e amplifica quella di Edipo.
Il vecchio, Nakata, fugge invece dalla scena di un delitto sconvolgente nel quale è stato coinvolto contro la sua volontà. Abbandonata la sua vita tranquilla e fantastica, fatta di piccole abitudini quotidiane e rallegrata da animate conversazioni con i gatti, dei quali parla e capisce la lingua, parte per il Sud. Nel corso del viaggio, Nakata scopre di essere chiamato a svolgere un compito, anche a prezzo della propria vita. Seguendo percorsi paralleli, che non tarderanno a sovrapporsi, il vecchio e il ragazzo avanzano nella nebbia dell’incomprensibile schivando numerosi ostacoli, ognuno proteso verso un obiettivo che ignora ma che rappresenterà il compimento del proprio destino.
Kafka sulla spiaggia sembra scritto in risposta a un imperativo altrettanto misterioso e categorico, con rigorosa precisione di dettagli eppure al di fuori di ogni logica convenzionale, come obbedendo agli ordini dell’inconscio. Mentre ci addentriamo incantati nel suo labirinto e ci perdiamo nei vertiginosi meandri della vicenda, abbiamo l’impressione che Murakami stia scoprendo la storia insieme a noi, viaggiando sulle tracce di Kafka e Nakata con la stessa nostra curiosità, stupore e sete di avventura. Si legge Kafka sulla spiaggia come il suo autore deve averlo scritto: con la sensazione di entrare a occhi aperti in un sogno visionario e risonante di profezie, dove le scoperte e le rivelazioni si susseguono, ma il cuore più profondo resta segreto e inattingibile.
Altri personaggi affiancano i due protagonisti: Hoshino, un giovane camionista di irresistibile simpatia; l’affascinante signora Saeki, ferma nel ricordo di un passato lontano; Oshima, l’androgino custode di una biblioteca molto speciale; una splendida prostituta che fa sesso citando Hegel; e poi i gatti, memorabili creature che sovente rubano la scena agli umani. E infine Kafka. «Uno spirito solitario che vaga lungo la riva dell’assurdo»: così il protagonista quindicenne definisce lo scrittore, al quale lo lega il senso di una condanna incombente. Ma tutti i personaggi di questo romanzo sono, ognuno a suo modo, spiriti solitari che vagano lungo la riva dell’assurdo, fragili individui esposti a tempeste di sabbia e a fulmini, eppure sempre accarezzati e riscaldati dalla misteriosa luce della scrittura di Murakami.

Sono trascorse diverse ore da quando posso dire di averlo letto tutto fino alla fine, e ancora mi sento sospesa a mezz’aria. Ancora mi sento dentro quella bolla di sapone, dentro quel sogno che sogno non è… perché in fondo, è tutto reale. Sembrerà che io sia impazzita, ma questo libro porta per mano in luoghi assurdi, con personaggi assurdi e con eventi altrettanto improbabili.

Il romanzo si apre con una maledizione e una tempesta di sabbia, dove un ragazzo chiamato Corvo spiega al protagonista, Tamura Kafka:


Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

L’idea della tempesta di sabbia, della difficoltà del superarla e della trasformazione che ne sarebbe conseguita mi ha accompagnato per tutto il libro: aspettavo quella tempesta, volevo entrarci pure io e vedere se veramente uscirne vivi avrebbe comportato una trasformazione. Il percorso del quindicenne Tamura Kafka è ben diverso da quello di Nakata: mentre il primo continua a mantenere un certo contatto con la realtà, la storia del secondo è decisamente surreale e difficile da accettare come possibile. Entrambi i protagonisti intraprendono un viaggio per la stessa destinazione, fino a quando le loro vite si intrecceranno…

La maledizione di Tamura mi ha lasciato una certa amarezza, l’incidente di Nakata mi ha incupito, e tutto quello che riguarda la loro vita passata mi ha fatto un effetto un po’ strano. Ma, è il presente che si trova in bilico tra sogno, immaginazione, realtà e un po’ di pervesione. Io continuerò sempre a pensare che Murakami abbia costruito una dimensione perfetta, in cui regna un perfetto equilibrio tra sogno e realtà, entrambi gli elementi si fondono fino a far dimenticare la differenza.

Parlerei di questo libro ancora a lungo, e chissà che io non lo faccia ancora perchè andrò a rileggerlo… Una volta finito, ho pensato: “Ok, adesso lo devo leggere dall’inizio!”

Manu

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