“Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io.”: M, Il figlio del secolo di Antonio Scurati.

Febbraio per me è stato un mese caratterizzato da letture di qualità, questa volta ho voluto leggere poco ma di spessore. Sicuramente avrei potuto leggere qualcosa di più scanzonato, di più “leggero” ma io sono masochista! Io devo soffrire dalla bellezza del libro che sto leggendo, devo viverlo e devo provare letteralmente i brividi. Per questo motivo ho iniziato e lasciato diversi libri, non provavo nulla: nessun pathos, nessun coinvolgimento, zero empatia. A questo giro vado di passione, quella che avevo perso e che ho ritrovato nel libro di Murakami (Kafka sulla spiaggia) e in uno dei più bei romanzi storici che io abbia mai letto, nonostante il periodo storico: M, Il figlio del secolo di Antonio Scurati. L’avevo iniziato, poi lasciato per leggere qualcos’altro ma ormai mi era rimasto qualcosa… Sentivo che stavo sbagliando strada, così ho ricominciato a leggerlo e ho fatto finta che non fosse un mattone da oltre 800 pagine.

Vi riporto la trama:

È un romanzo, sì, ma un romanzo in cui d’inventato non c’è nulla. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso è storicamente documentato o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. È la storia dell’Italia tra il 1919 e il 1925, dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento al delitto Matteotti, la storia di un Paese che si consegna alla dittatura, la storia di un uomo (M, il figlio del secolo) che rinasce molte volte dalle proprie ceneri. La storia della Storia che ci ha resi quello che siamo.

Lui è come una bestia: sente il tempo che viene. Lo fiuta. E quel che fiuta è un’Italia sfinita, stanca della “casta” politica, dei moderati, del buonsenso. Allora lui si mette a capo degli irregolari, dei cialtroni, dei delinquenti, degli avventurieri, degli incendiari e anche dei “puri”, che sono i più feroci e i più fessi. Da un rapporto di Pubblica Sicurezza del 1919 lui invece è descritto come un uomo «intelligente, di forte costituzione, benché sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale». Lui: Benito Mussolini, ex leader socialista cacciato dal partito, agitatore politico indefesso e direttore di un piccolo giornale di opposizione, è un personaggio da romanzo. Sarebbe un personaggio da romanzo, se non fosse l’uomo che più d’ogni altro ha marchiato a sangue la realtà, il corpo dell’Italia, nella storia e nella cronaca, nella tragedia e nella farsa. E infatti la saggistica ha finora dissezionato ogni aspetto della vita di Mussolini. Nessuno però aveva mai trattato la parabola politica, umana, esistenziale di Mussolini e del fascismo come se si trattasse di un romanzo. Un romanzo in cui d’inventato non c’è assolutamente nulla. Un’opera che ci conduce a rivivere passo per passo il ventennio che ha cambiato per sempre la nostra storia.

Definirlo un romanzo è assolutamente riduttivo, io credo che l’autore abbia azzardato un vero e proprio esperimento dando voce a ogni protagonista, rendendolo umano e reale nel suo essere. Dal 1919 al 1926 vengono descritti tutti gli eventi, vengono narrati dai diretti protagonisti e spesso si ha anche il punto di vista opposto che rimette tutto in discussione. Mussolini non era un oratore, era un uomo carismatico e assetato di potere e vendetta: la politica era decisamente il suo habitat naturale ma il suo senso di ribellione e anticonformismo lo ha reso immortale. Questo romanzo è attuale, molte delle cose descritte sono molto vicine a quelle che viviamo oggi ma non ce ne stiamo rendendo conto.

Quel che è certo, è che mai a nessuno era venuto in mente di far parlare proprio lui: finora la storia l’abbiamo letta, ascoltata e ripetuta fedelmente dai libri di storia, che io non ritengo fonte di verità assoluta. La storia è raccontata spesso sulla base di un’influenza politica, sulla base di un proprio dogma e ancor più spesso si tramanda di generazione in generazione un’ideologia politica che finisce dritta dritta in un testo che dovrebbe ripetere fatti realmente accaduti, e non interpretati.

Di M ho amato più di tutti lui, Gabriele D’Annunzio: un uomo che ho sempre visto come un genio, un folle, uno svitato, ma un grande uomo di cultura. Qualcuno mi ha ricordato il suo modo di trattare le donne, e io ho dovuto ammettere che era un grande maschilista. Ma, è anche vero, che la condizione della donna in quegli anni non era poi così brillante: le donne erano o mogli o amanti, alle prime la gestione della famiglia e alle seconde la carriera e i piaceri extraconiugali. Io mi chiedo cosa sia cambiato in questo secolo, dove sta la differenza? E’ cambiato veramente qualcosa? Io credo che ci sia stata poca evoluzione sotto questo aspetto.

Il fascismo viene narrato per quello che realmente era: una corrente ideologica che stava in piedi solo grazie al terrore e alla violenza, non si tollerava nulla e la smania di potere e vendetta era smisurata. Gian Battista Vico parlava di corsi e ricorsi storici, siamo così sicuri che il fascismo sia caduto? Ci sentiamo davvero un popolo libero da questi ideali? Mio nonno che ha vissuto gli ultimi anni del regime racconta che si viveva benissimo, ma perché si aveva paura di sbagliare. La condotta era qualcosa di imprescindibile e ogni violazione era punita. Adesso stiamo ritornando in quella direzione, stiamo ritornando a essere poco umani, tutti giudici e ci siamo messi sul piedistallo solo perché abbiamo avuto la fortuna di nascere nel posto giusto.

Questa lettura è necessaria proprio per capire che in fondo, sarà passato un secolo, ma si commettono sempre gli stessi errori.

Manu

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