“E’ impossibile conoscere i veri sentimenti di qualcuno. E non è necessario”: Moshi moshi, di Banana Yoshimoto.

“Moshi moshi” in giapponese vuol dire “Pronto?”, questo è il filo che lega due dimensioni: quella terrena e quella spirituale. Leggere autori giapponesi è una vera passione per me, è come puntare un faro e osservarmi con una lente di ingrandimento: nessuno può nascondersi dagli spunti di riflessione e dalla saggezza che offre questo popolo, dotato di grande dignità e senso civico.

Banana Yoshimoto ha scritto diversi libri e mi rendo conto che sapersi orientare nella scelta sia difficile, così una seguace del blog mi ha consigliato, tra tanti titoli, anche questo che mi è rimasto più impresso.

E’ la storia di un lutto, di come si possa vivere una perdita con dignità e concedendosi il lusso di fermarsi e aspettare che tutto passi da sé.

Vi riporto la trama:

Editore:Feltrinelli

Collana:I narratori

Anno edizione: 2012

In commercio dal: 27 giugno 2012

Pagine: 206 p., Brossura

Dopo aver perso il padre in quello che ha tutta l’aria di essere stato un doppio suicidio d’amore, Yoshie si trasferisce dalla sua casa di Meguro a un minuscolo e vecchio appartamento a Shimokitazawa, un quartiere di Tokyo famoso per le sue stradine chiuse al traffico, i ristoranti, i negozietti, nonché meta degli alternativi della capitale. Qui Yoshie spera, aiutata dall’atmosfera vivace, di superare il dolore e dare una nuova direzione alla sua vita. Un giorno, però, sua madre le si presenta a casa all’improvviso con una borsa Birkin di Hermès e qualche sacchetto. Inizia così una bizzarra convivenza che unisce le due donne lungo il percorso di elaborazione del lutto che le ha colpite, le pone di fronte a verità inaspettate, le aiuta a scorgere fiochi lumi di speranza nel buio di una quotidianità ferita. “Moshi moshi” “pronto” al telefono – è il racconto di una rinascita, la favola delicata e struggente della vita di un quartiere, la storia di una madre, di una figlia, di un grande dolore e di qualche piccola felicità inattesa.

Come sempre, leggere un romanzo di Banana Yoshimoto provoca tenerezza, infatti per Yoshie ho provato questo: tanta tenerezza… Si ritrova senza il papà all’improvviso, vittima di un doppio suicidio. Scoprire in questa circostanza tragica che suo padre avesse un amante è stato un ulteriore shock, sopratutto per la mamma di Yoshie.

Sua madre è stato il mio personaggio preferito, il suo modo di vivere il dolore per il lutto è stato dignitoso, la sua rassegnazione e il suo andare avanti, in modo molto singolare… Infatti, decide di andare a vivere a casa della figlia e di aspettare che tutto scorra, che tutto passi da sé. Il miglior modo per superare un dolore è viverlo, ed è proprio questo che fanno madre e figlia.

Il nuovo equilibrio, conquistato a fatica, prevede un nuovo lavoro per Yoshie e un nuovo quartiere, meno chic ma che offre ugualmente la possibilità di ricominciare a vivere. Le descrizioni del quartiere sono precise, realistiche, è come trovarsi davvero a Tokyo: le luci della notte, i piccoli ristoranti di cucina tipica giapponese, è un racconto fiabesco in cui la dignità di un popolo emerge sopratutto nei momenti di difficoltà.

La ritrovata convivenza tra madre e figlia è interessante da leggere, da un astio iniziale in cui Yoshie vede solo una figura genitoriale limitativa, si ritroverà ad avere una compagna di vita, un’alleata, tutto ciò che le resta.

Se quando mi alzavo al mattino mia madre ancora dormiva, rabbrividivo all’idea che potesse essere caduta in depressione; poi invece, quando cominciavo a muovermi, si svegliava anche lei e preparava il caffè, e non perché si sentisse in dovere di farlo. Faceva un caffè denso e bollente, aromatico, profumato a tal punto che la prima volta provai una grande emozione. Tutte le cose che mia madre aveva fatto per me sino ad allora erano state per abitudine o per senso del dovere, ma adesso era diverso. Se preparava un caffè così buono, era perché voleva berlo insieme a me. Una differenza enorme!

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